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Talenti in rete

Noi italiani, è risaputo, siamo un popolo di santi, navigatori e scrittori, parlaci del mestiere di scrivere oggi per il teatro: in che modo può diventare una professione e quali i segreti per riuscire. Daniela: In realtà non esistono segreti né formule magiche. Esiste solo tanta passione e tantissimo lavoro, e per lavoro intendo: studio, fatica, buchi nell’acqua, piccoli trionfi e grandi tonfi, delusioni, successi e così così, irrorati da tante tante goccioline di sudore, perché, come per tutti i mestieri sospesi tra arte e artigianato, più della teoria conta la pratica che una volta – ma anche oggi – si chiamava gavetta. Andando a questioni più concrete, se per scrivere in generale basta un PC – una volta si sarebbe detto “carta e penna”, e prima ancora “carta e calamaio” –, per scrivere narrativa o poesia o qualsiasi altro testo che abbia velleità artistiche, oltre al talento che ahimè ci può dare solo un DNA ben predisposto, servono una buona conoscenza della lingua in cui si scrive, una buona conoscenza delle tecniche di scrittura…

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margheritaAmo non Amo

Non amo il sipario perché non amo dividere il pubblico dall’evento spettacolare, e non amo il palcoscenico grandioso, estremo, invadente che allontana lo spettatore e trasforma gli attori in dei. Si sentono già superuomini e superdonne gli attori, non hanno bisogno del palcoscenico per accrescere il loro narcisismo.
Amo invece la cavea, la stanza, il corridoio, il bugigattolo, la scala, la caverna e qualsiasi cosa sia a ridosso degli spettatori. Attori e pubblico mescolati assieme, che ognuno senta il sudore dell’altro, la fatica, la tensione, la risata dirompente, la saliva che salta dalle parole pronunciate in fretta, tutto ciò insomma che il cinema non è. Scena e non scena che si incontrano, che si fondono e si confondono fino a essere l’una dentro l’altra in maniera precisa e irreversibile.

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foto spettacolo VoxVociCome Gus

La prima volta che decisi di calcare un palcoscenico sinceramente non me la ricordo, del resto io non volevo fare la regista o l’attrice e tanto meno la scrittrice, volevo solo curiosare, annusare qua e là come fanno i gatti e poi riscendere le scalette e andarmene per i fatti miei. E invece no, eccomi inchiodata alle tavole sconnesse di un vecchio teatro di periferia a sudare freddo, cercando di governare non tanto la paura quanto la voce, una voce di testa indomabile che se ne infischia del diaframma e parte per la tangente raggiungendo decibel impossibili per qualsiasi orecchio umano, compreso il mio. Non so come quella volta non feci scoppiare i vetri della sala, fatto sta che a quelle vecchie tavole di palcoscenico sono ancora inchiodata.
Da lì parlo, cammino, prego, dormo, mangio, vivo, e non importa se la mia voce non arriva, ho altre voci che parlano per me, altri corpi che muovono i miei abiti, altre lingue che maledicono e benedicono con le mie preghiere e forse un giorno, come il vecchio Asparagus, me ne andrò seguendo l’ombra di me stessa alla ricerca di un altro palcoscenico da abitare.

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