Archivi categoria: Teatro 1

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copionePrima lettura

Dedicato a Giulia e a Guendalina
Essere di nuovo intorno a un tavolo, avere di nuovo un copione tra le mani, il mio, un copione che esplode nelle orecchie e nella testa. Essere di nuovo con i sensi all’erta, attenti a ogni inflessione, a ogni respiro, avere di nuovo gli occhi che cercano un contatto con l’anima degli attori, sospesa tra ciò che è e ciò che dovrà diventare.
Mai come in quel momento loro, attori e personaggi, hanno bisogno di te: dei tuoi perché, del perché delle tue scelte, del perché delle parole, quelle e non altre, e tu devi saper ricordare e trasmettere il ricordo, il tuo filo rosso che dalla pagina bianca ti ha portato a quei corpi che respirano, che si muovono, arrotolati in emozioni variabili quanto è variabile il corso della vita. E, alla fine, è come una danza: gli attori, l’autore, i personaggi già vivi nelle parole che si lanciano – lievi, urlate, ironiche o spruzzate di malinconia –, nel movimento che si palesa attraverso le intonazioni della voce – una spinta, un broncio, una risata –, nella scena ancora solo immaginata – una foglia che cade, una panchina nell’ombra – ma che è già scena negli occhi di ognuno, che è già teatro.

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scrivereScrivere per il teatro

Scrivere per il teatro non è scrivere un racconto o un romanzo, non è neanche scrivere una poesia che, come ogni scrittura destinata alla lettura, è un atto creativo solitario e privo di intermediari tra autore e pubblico/lettore.
Scrivere per il teatro presuppone che tutto ciò che verrà messo su carta, dalla prima fino all’ultima frase, non solo sarà recitato da persone in carne e ossa, ma sarà anche agito in uno spazio ben preciso. Se non si persegue questa finalità scrivere per il teatro non ha senso.
Quindi quando si inizia a scrivere bisogna essere più concreti possibile. Concreto non significa realistico. Concreto in base alle possibilità e alle realtà che si hanno a disposizione.
Poi dobbiamo avere ben chiaro cosa vogliamo raccontare… non tutta la storia, quella arriverà per gradi, ma il senso che vogliamo darle.

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smorfie

Che il rospo venga fuori!

Mettersi davanti a uno specchio a fare le smorfie, per vedere quanto si deforma il viso e che potere ha di trasmettere, oltre alla bellezza, anche la bruttezza che alberga in tutti noi, è un esercizio utile non solo a chi fa teatro, ma pure a chi il suo teatro lo vive nella vita di ogni giorno.

Guardarsi nello specchio in quelle pose che non vorremmo mai mostrare a nessuno, è un po’ come guardarsi dentro e tirare fuori tutto ciò che ci disgusta e che, per civile convivenza, siamo costretti ad ingoiare. Fai la linguaccia al capo che ti impone gli straordinari (gratis), digrigna i denti al chihuahua della tua vicina che ha una sirena incorporata nella gola, arriccia il naso contro la cassiera che, quando glieli chiedi con garbo e cortesia, ti butta regolarmente i sacchetti della spesa in faccia. Ecco, liberati dei tuoi rospi… e poi sorridi.
Se poi, alla fine delle smorfie, i tuoi rospi sono ancora tutti lì, pensa che hai fatto un po’ di ginnastica facciale, il che non guasta.

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bon_ton Il bon ton dello spettatore

Spesso i teatri che frequento sono i cosiddetti teatri off, ossia luoghi dell’arte dalle dimensioni lillipuziane (trenta posti al massimo) e il più delle volte estromessi dai circuiti ufficiali. Questi teatri offrono spesso una programmazione interessante per chi, come me, si occupa di drammaturgia contemporanea. Sono delle vere e proprie fucine di novità e sperimentazione, in cui giovani talenti crescono – o avvizziscono – seguendo le dure leggi della savana, trovando comunque un palcoscenico da cui far arrivare la propria voce, con la speranza che non si trasformi in una eco lontana.
Ebbene, a questo punto voglio spendere due parole sui frequentatori di detti teatri.
Sorvolando sull’abbigliamento che va dal dimesso allo scaciato (qualcuno gli dica, per favore, che le mutande fuori dai pantaloni non sono ammesse in nessun luogo, neanche nei teatri off), sugli applausi che si susseguono ad ogni minima battuta e anche sulla cattivissima abitudine di mangiare cracker e patatine durante lo spettacolo, mi domando e chiedo: perché succede 10 volte su 9 che lo spettatore arrivi con almeno quindici minuti di ritardo? Non è una sposa né gli è stato concesso il quarto d’ora accademico. E perché non spegne mai – MAI! – il suo maledetto cellulare?

Il teatro è sempre un tempio, piccolo o grande che sia.

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violaIl cappotto viola

Ogni volta che arriva Pasqua non posso fare a meno di pensare al mio cappotto viola, di velluto a coste, che alberga nel mio armadio da tanti anni e che ha visto tanti camerini di teatro. Quel cappotto è stato l’incubo di tutti i registi e gli attori con cui ho lavorato. Nessuno ha mai osato dirmi nulla, ma quando entravo spavalda coperta di viola da capo a piedi, vedevo i loro volti sbiancare, le loro labbra tremare e i loro capelli – se ancora ne avevano – afflosciarsi.
Ebbene, ogni spettacolo sponsorizzato dal mio cappotto è stato un successo a riprova che la sfiga – quella vera – è solo nella testa di chi la teme.

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parolacciaLa parolaccia multitasking

Ci sono varie tipologie di parolaccia: c’è quella usata una tantum in un momento di forte stress, c’è quella usata come intercalare e, infine, la parolaccia per far ridere.

La prima, quella da stress, è una parolaccia spontanea e irrefrenabile che sale dalle viscere, si appoggia alle corde vocali e tracima fuori dalle labbra in un rigurgito catartico. Non è bella ma è liberatoria e per questo ha una sua spicciola utilità: fa sentire meglio.
La seconda, quella usata come intercalare, è propria di chi non ha il senso della misura. Denota un carattere debole ed incline alla sciatteria ed è propria dell’essere umano che non ha ben chiari i confini tra rozzezza e buona educazione, o meglio: tra volgarità ed eleganza.
L’ultima, la parolaccia per far ridere, appartiene al genere becero proprio di coloro che, non avendo alcun talento per la scrittura, ricorrono a mezzucci per strappare il favore del pubblico il quale, per l’occasione, indossa l’abito del perfetto idiota e ride a crepapelle ad ogni sostantivo che indichi un membro maschile o altre parti del corpo umano che suscitano – facendo leva sui tabù inculcateci da piccoli – un’ilarità isterica.
Io consiglierei: all’aspirante autore di seguire un bel corso di scrittura drammaturgica e al pubblico di rivolgersi ad un bravo sessuologo. Sono certa che a quel punto otterremmo qualche scrittore becero in meno e un po’ di pubblico interessante e interessato in più.

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birdÈ teatro, parliamone

“Birdman”, teatro nel cinema, cinema nel teatro. Gli attori sono davvero così narcisisti? Sì. Il mondo dello spettacolo è davvero così folle e spietato? Sì.
Il film di Inarritu non è solo un bel film girato con la camera a mano in una continua girandola di piani sequenza e piani sovrapposti studiati meticolosamente a tavolino, non è solo un cast di attori eccezionali che reggono la sceneggiatura anche per dieci minuti di fila piegati alla volontà del regista che li spiattella sullo schermo come se fossero nel mezzo di una pièce, ma è l’essenza del teatro stesso: amore, odio, fortuna, narcisismo, invidia, talento, incapacità, ipocrisia, esaltazione. Altezze e bassezze di un mestiere che solo chi lo vive sulla pelle sa di cosa stiamo parlando quando parliamo di teatro.

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mondiMondi paralleli

Come tutti i mondi anche questo del teatro è spaccato in due: c’è chi intraprende la carriera di teatrante per passione e chi per narcisismo.

Di solito chi cerca il successo a tutti i costi – spesso arrampicandosi sugli specchi e sulla testa di chiunque – si riconosce dallo sguardo viscido e dal sorriso a stampo. Quando capita la sventura di trovarsi al suo stesso tavolo, state certi che appena gli è possibile scomparirà senza salutarvi per avventarsi sul “tizio-che-conta-di-turno”, salvo poi inviarvi un sms papiro per convincervi ad assistere al suo nuovo mega-fico-strabiliante spettacolo. Che dire? Guardatevi le spalle!

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acquaLa conduttrice di pensieri

Una due tre cinquanta vasche.

Scivolo sull’acqua alternando gli stessi movimenti, alternando lo stesso respiro, e intanto penso: lei si accorgerà di essere spiata ma non sa da chi, lui la vede fuggire ma non sa da cosa, l’altra li osserva nella penombra ma non sa perché. Poi, tra una bracciata e l’altra, tutto diventa chiaro, perfino ovvio nella sua urgenza manifesta. Ora so chi la osserva da lontano, so dove fugge e chi la insegue.

Esco dalla vasca, sfilo la cuffia, infilo l’accappatoio ed esco, lasciando a terra una pozza d’acqua e di pensieri.

Oggi mi piace…

Personaggio in cerca d'Autore

Clipboard01 Daniela Ariano (foto tratta dal sito)

«Amo invece ciò che nasce dallo studio, individuale e collettivo, dalla ricerca, dall’esplorazione, dal lavoro instancabile ed eterno, dalla fatica che puzza di sudore e di sconfitta, dalla passione che mai si spegne, dall’inquietudine che mai si placa, primordiale scintilla dell’atto creativo che precede anche l’idea e il suo stesso verbo.»

[Daniela Ariano, “Manifesto del mio teatro“]

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