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copionePrima lettura

Dedicato a Giulia e a Guendalina
Essere di nuovo intorno a un tavolo, avere di nuovo un copione tra le mani, il mio, un copione che esplode nelle orecchie e nella testa. Essere di nuovo con i sensi all’erta, attenti a ogni inflessione, a ogni respiro, avere di nuovo gli occhi che cercano un contatto con l’anima degli attori, sospesa tra ciò che è e ciò che dovrà diventare.
Mai come in quel momento loro, attori e personaggi, hanno bisogno di te: dei tuoi perché, del perché delle tue scelte, del perché delle parole, quelle e non altre, e tu devi saper ricordare e trasmettere il ricordo, il tuo filo rosso che dalla pagina bianca ti ha portato a quei corpi che respirano, che si muovono, arrotolati in emozioni variabili quanto è variabile il corso della vita. E, alla fine, è come una danza: gli attori, l’autore, i personaggi già vivi nelle parole che si lanciano – lievi, urlate, ironiche o spruzzate di malinconia –, nel movimento che si palesa attraverso le intonazioni della voce – una spinta, un broncio, una risata –, nella scena ancora solo immaginata – una foglia che cade, una panchina nell’ombra – ma che è già scena negli occhi di ognuno, che è già teatro.

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parolacciaLa parolaccia multitasking

Ci sono varie tipologie di parolaccia: c’è quella usata una tantum in un momento di forte stress, c’è quella usata come intercalare e, infine, la parolaccia per far ridere.

La prima, quella da stress, è una parolaccia spontanea e irrefrenabile che sale dalle viscere, si appoggia alle corde vocali e tracima fuori dalle labbra in un rigurgito catartico. Non è bella ma è liberatoria e per questo ha una sua spicciola utilità: fa sentire meglio.
La seconda, quella usata come intercalare, è propria di chi non ha il senso della misura. Denota un carattere debole ed incline alla sciatteria ed è propria dell’essere umano che non ha ben chiari i confini tra rozzezza e buona educazione, o meglio: tra volgarità ed eleganza.
L’ultima, la parolaccia per far ridere, appartiene al genere becero proprio di coloro che, non avendo alcun talento per la scrittura, ricorrono a mezzucci per strappare il favore del pubblico il quale, per l’occasione, indossa l’abito del perfetto idiota e ride a crepapelle ad ogni sostantivo che indichi un membro maschile o altre parti del corpo umano che suscitano – facendo leva sui tabù inculcateci da piccoli – un’ilarità isterica.
Io consiglierei: all’aspirante autore di seguire un bel corso di scrittura drammaturgica e al pubblico di rivolgersi ad un bravo sessuologo. Sono certa che a quel punto otterremmo qualche scrittore becero in meno e un po’ di pubblico interessante e interessato in più.

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mondiMondi paralleli

Come tutti i mondi anche questo del teatro è spaccato in due: c’è chi intraprende la carriera di teatrante per passione e chi per narcisismo.

Di solito chi cerca il successo a tutti i costi – spesso arrampicandosi sugli specchi e sulla testa di chiunque – si riconosce dallo sguardo viscido e dal sorriso a stampo. Quando capita la sventura di trovarsi al suo stesso tavolo, state certi che appena gli è possibile scomparirà senza salutarvi per avventarsi sul “tizio-che-conta-di-turno”, salvo poi inviarvi un sms papiro per convincervi ad assistere al suo nuovo mega-fico-strabiliante spettacolo. Che dire? Guardatevi le spalle!

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erbavoglioL’erba Voglio

Scrivere per gli altri è perdere un pezzettino di sé ogni volta.
Il personaggio? Lo voglio alto, basso, bruno, biondo, vecchio, giovane. Ne voglio uno, due, tre, otto… un’intera compagnia da accasare. Il tema? Voglio che si parli di vita, di morte, di sogni, di niente. Il genere? Voglio che sia triste, leggero, romantico, stupido.

E io, cosa Voglio?

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cartaQuestioni di carta

Rimango sempre basita di fronte alla superficie su cui vengono scritti i nomi degli autori di cinema o teatro. Una superficie talmente liscia da cui i nomi, inesorabilmente, scivolano via. Ben diversa da quella su cui vengono vergati a inchiostro 3D i nomi del regista e degli attori. Ruvida, solida, assorbente.

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